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giovedì 11 dicembre 2014

Racconto di Natale: HEART OF ICE

Il Natale è alle porte. Io ho sempre amato questo periodo dell'anno. E' come se una parte di me tornasse bambina.
A tal proposito ho scritto un breve racconto, una tipica favoletta di Natale che racchiude in sé la magia di questo particolare periodo.
Buona lettura.




“We wish a merry Christmas
We wish a merry Christmas
We wish a merry Christmas and a happy new year”

Richiudo velocemente la porta di casa alle mie spalle, sperando di non udire più quelle odiose canzoncine che contraddistinguono il periodo natalizio.
Io lo detesto: l’atmosfera di pace che aleggia nell’aria, i falsi sorrisi stampati sul volto delle persone, le lucine sfavillanti che illuminano ogni angolo buio della città e che ti fanno credere che dove ci sono le tenebre, basta una flebile luce per spazzarle vie.
Nessun fulgore, nessuna parola d’amore o speranza può far svanire l’oscurità che avvolge il mio cuore.
Appendo il cappotto all’attaccapanni e mentre mi chino per togliermi le scarpe, vedo spuntare da sotto la fessura della porta una busta rossa, arricchita da piccoli agrifogli e impreziosita da ricami dorati.
Riapro immediatamente la porta, sporgo il capo e osservo in ogni direzione, ma non scorgo nessuno.
Alzo le spalle e incuriosita apro quella misteriosa lettera.
Estraggo un cartoncino che riporta le stesse decorazioni della busta e leggo:


Buono valido per un viaggio magico al Villaggio di Natale
Partenza : 23/12/14
Mezzo di trasporto: Sogno

Un sorriso disgustato si dipinge sul mio volto. Riduco quel rettangolo di false promesse in tanti piccoli pezzetti e lo getto tra le fiamme che ardono nel camino.
Decido di andare a fare una doccia bollente, per riscaldare ogni fibra del mio corpo, che ancora trema a causa delle temperature glaciali che quest’inverno invadono la città e il mio cuore.
Lascio che il getto d’ acqua calda, scivoli lungo il mio volto e trascini con se lacrime amare che non riesco a controllare.
Come un fulmine che con la sua collera squarcia il tronco di un albero, ricordi altrettanto distruttivi si fanno largo nella mia mente, e mi riportano al Natale di tre anni prima.


«Cris, passami le calze con i nostri nomi che le voglio appendere al camino.»
«Con tutti gli addobbi con cui hai adornato la casa, possiamo fare tranquillamente concorrenza a quella di Santa Claus», mormora abbracciandomi da dietro.
«Dopo cinque anni di matrimonio dovresti sapere che amo il Natale.»
«Certo che lo so, è solo che non conosco nessun altra persona adulta che si esalti nel tuo stesso modo. A proposito, mentre finisci di addobbare, ho bisogno di fare un salto in ufficio a prendere una pratica. Ti prometto che torno subito.»
«Cris, è la vigilia di Natale! Non vorrai lavorare anche oggi?» lo rimprovero.
Si avvicina e mi osserva con quei suoi languidi e profondi  occhi neri. «Ti prometto che vado e torno immediatamente. Aspettami per mettere la punta sulla cima dell’albero.»
Annuisco e imprimo tutto il mio amore sulle sue labbra.
Osservo soddisfatta gli ornamenti dalle tinte rosse e argentee che abbelliscono l’intera stanza e, in attesa del ritorno di Cris, estraggo dalla scatola il bellissimo puntale soffiato a mano decorato con le nostre iniziali.
Il trillo del cellulare che proviene dalla cucina mi fa sussultare. Corro a rispondere, ma quando sul display appare un numero sconosciuto, nella mia mente si fanno largo inquietanti pensieri, e per un attimo, il cuore si ferma nel petto.
«Parlo con la signora Wendy Hill?» chiede una voce fredda e cupa.
«Sì», rispondo con le labbra che mi tremano.
«Mi rincresce darle questa orribile notizia.»
Sparo. Morto. Queste sono le uniche parole che arrivano al mio cervello.
Il puntale mi scivola dalle mani e si frantuma in centinaia di minuscole schegge.

Apro gli occhi di scatto e ritorno con la mente al presente. Avvolgo il mio corpo con un accappatoio caldo e mi stendo sul letto, in attesa che Morfeo mi rapisca tra le sua braccia e mi trascini lontano dalla realtà.
Prima di addormentarmi però, noto che sul comodino c’è ancora quel maledetto biglietto rosso.
Spalanco gli occhi e mi passo una mano fra i capelli ancora umidi.
Sto cominciando ad avere anche le allucinazioni.
Lo prendo, lo straccio con rabbia in quattro parti, lo butto nel bidone dell’immondizia e ritorno nel mio morbido letto.

«Wendy! È ora di alzarsi!»
«La sveglia non è ancora suonata», borbotto rigirandomi sotto le calde coperte.
Alle mie orecchie giungono vocine lontane che intonano canti gioiosi, mentre un aroma di cioccolato e zenzero s’insinua nelle mie narici.
Spalanco terrorizzata gli occhi e ai piedi del letto trovo uno buffo omino di circa un metro di statura, con i capelli neri tagliati a caschetto e piccoli occhi verdi inquisitori che mi osserva.
Indossa una tutina bianca e rossa e mi ricorda vagamente uno degli umpa lumpa del film “La fabbrica di cioccolato”.
Il mio sguardo si sposta dalla sua figura, e gli occhi iniziano a roteare alla ricerca di qualcosa di famigliare.
Mio malgrado però, mi rendo conto di non essere nella mia sobria stanza, ma sono imprigionata in una minuscola cameretta dipinta con i colori dell’arcobaleno. Palline di diverse tinte e forme fluttuano sul soffitto, come trasportate da una leggera brezza e in un angolo troneggia un enorme albero di Natale.
Mi porto le mani al volto e mi stropiccio gli occhi, regalo qualche pizzicotto alle guance nel tentativo di destarmi da quell’incubo, ma quando risollevo le palpebre, ritrovo nuovamente quello strano omino.
Si porta le mani ai fianchi e batte nervosamente il minuscolo piede, fasciato da strani calzari verdi, a terra.
«Wendy qui non siamo all’Isola che non c’è e io non ho tempo da perdere, quindi, ti chiedo gentilmente di uscire da quel letto e portare le tue dolci chiappette fuori da qui il prima possibile.»
«Ma tu chi cavolo sei? E cos’è questo posto?»
Il piccolo uomo si porta una mano alla fronte, evidentemente spazientito dalla mie domande.
«Una volta per tutte devo dire a Santa Claus che mi sollevi dall’incarico di accogliere gli umani. Io non li sopporto», mormora a fil di voce alzando lo sguardo al cielo.
«Dunque, il mio nome è Lu e ti trovi al Villaggio di Natale», spiega con cadenza alquanto scocciata.
«Impossibile», replico.
«La mia pazienza sta rasentando il limite signorinella. Non capisco se mi stai prendendo in giro o altro. Hai anche portato con te il biglietto!»
«Io l’ho distrutto quel buono», ribatto.
«E quello cos’è allora?» chiede indicando il comodino a forma di tronco posto alla mia destra.
Mi volto e afferro quel rettangolo di carta che sono certa di aver distrutto almeno un paio di volte.
Wendy, calmati. È solo un sogno. Asseconda quell’umpa lumpa e domani quando ti sveglierai, sarà tutto finito.
«Ok, mi alzo e ti seguo.»
Lu annuisce: «sbrigati. Ti aspetto qui fuori mentre di vesti.»
Sollevo la confortevole trapunta patchwork in stile tirolese e mi avvicino all’armadio a forma di cuore, grande quanto un frigorifero.
Quando apro le ante balzo all’indietro e una smorfia di disgusto di dipinge sul mio volto.
Allungo la mano e sposto freneticamente le grucce, alla ricerca di qualcosa di scuro, ma devo constatare a malincuore che quell’armadio custodisce solo indumenti dai colori chiari e sgargianti.
Dopo un’attenta analisi, opto per una mise bianca.
Spalanco la piccola porticina color caramello ed esco di casa.
Una sferzata di vento gelido mi costringe a chiudere gli occhi, ma non appena li riapro, vengo rapita dall’insolito paesino che prende forma man mano che avanzo: piccole casette colorate, che ricordano vagamente quelle di marzapane di Hansel e Gretel, sono ricoperte da neve soffice come panna montata e abbellite da decorazioni di ogni forma e colore, mentre numerosi piccoli omini come Lu, corrono come pazzi verso la stessa casa, costruita con mattoni di marshmallow bianchi e rosa.
«Wendy, non stare lì impalata, stanno aspettando solo noi per la colazione.»
Rimango per un attimo a fissare la porta.
«Che ti prende adesso?»
«Sei sicuro che ci stiamo tutti lì dentro?» domando pensierosa, «non è troppo piccola?»
«Possibile che voi essere umani quando crescete cominciate a   guardare solo con gli occhi e perdete il dono magico che avete?»
«Quale dono?»
«La fantasia», risponde aprendo la porta e scoprendo un’interminabile tavolata imbandita da ogni tipo di leccornia.
Non faccio in tempo a sedermi che il suono squillante di una campanella mi fa sussultare e tutti i piccoli omini abbandonano il loro pasto ed escono di fretta dalla porta.
Abbandono le braccia lungo i fianchi, lascio ricadere il corpo in avanti, appoggio la fronte sul tavolo e la sbatto più volte mormorando: «Svegliati Wendy. Non puoi restare imprigionata tutta la notte in questa follia.»
«Credo che siamo rimasti solo noi due.»
Volto la testa verso il punto da cui proviene quella voce, senza staccare la guancia dal tavolo e mi ritrovo a osservare in prospettiva orizzontale un ragazzo che dalla parte opposta della tavolata mi osserva sorridendo.
Si alza e si avvicina a me con ampie falcate.
La luce calda delle candele che ravvivano la stanza, illuminano il volto di quel ragazzo dai tratti dolci e gentili.
«Io sono Peter», sussurra allungando la mano verso di me.
Nel sentire il suo nome, le mie labbra si stirano in un sorriso.
«Non mi sembrava un nome buffo», aggiunge grattandosi la testa confuso.
«Scusami, ma fra poco sono certo che avrai la mia stessa reazione», replico soffocando la risata. «Io mi chiamo Wendy.»
A quel punto cominciamo a ridere entrambi di quella strana coincidenza.
Peter si passa una mano fra i lunghi capelli neri che gli ricadono sulla fronte, scoprendo due splendidi occhi del color della pietra di lapislazzulo che porto al collo.
Il sorriso muore sul mio volto e inconsciamente afferro la pietra e la stringo con forza fra le dita.
«L’ho notata appena mi sono seduto qui accanto a te. Il lapislazzulo risalta sul tuo vestiario bianco.»
«Conosci le pietre?» chiedo incuriosita.
«Sì, mi hanno sempre affascinato.»
«Me l’ha regalata mio marito tre anni fa.»
«Posso vederla?»
Mollo la presa e lascio che quello sconosciuto la prenda fra le  mani.
Nessuno prima di lui l’ha mai toccata. Quello è l’ultimo regalo che ho ricevuto da Cris e l’ho sempre tenuta nascosta gelosamente.
«Ne conosci il significato?» mi chiede sollevando un angolo della bocca.
Scuoto la testa a destra e a sinistra.
«Allora se me lo permetti ti racconto qualcosa in merito. È una pietra preziosa molto antica. In molte culture orientali veniva considerata divina. Gli antichi Sumeri, per esempio, ritenevano che contenesse l’essenza e la forza delle divinità, che portasse gioia e allegria a chi la possedeva e che liberasse l’anima dalla paura. È una pietra collegata a Iside e quindi, ai piaceri della carne. Si dice che conferisca una carica sensuale molto forte a chi la indossa.»
Le sua ultima frase diventa un sussurro e una strana sensazione di eccitazione si espande lungo ogni fibra del mio corpo.
Con uno scatto mi alzo dalla sedia e mi allontano da Peter, per timore che si accorga del mio disagio.
«Ti ringrazio per la spiegazione», borbotto con voce stridula.
Percepisco il calore del suo corpo farsi sempre più insistente dietro le mie spalle e quando posa una mano sul mio fianco e avvicina le labbra al mio orecchio, un fuoco indomabile m’incendia le vene.
Ma che cavolo mi sta succedendo? Possibile che in un sogno si percepiscano sensazioni così reali?
«Ti andrebbe di pattinare? Ho visto un grande lago ghiacciato non lontano da qui.»
Annuisco,  e senza voltarmi, spalanco la porta e lascio che li freddo invernale spenga i miei bollori.
Attraversiamo il villaggio, facendo la gincana tra i piccoli uomini che corrono trafelati e senza sosta.
Lasciata l’ultima casetta dietro le nostre spalle, ci troviamo di fronte a un immenso lago ghiacciato, contornato da maestosi alberi piegati dal peso della neve. Osservo i loro rami, che come lunghe braccia bianche si protendono verso di noi,  in una sorta di abbraccio amichevole.
In lontananza, invece, le imponenti cime, sembrano coperte da una spessa coltre di candida glassa.
«Allora, sei pronta?» mi chiede.
«Dove li prendiamo i …», non faccio in tempo a terminare la frase che Peter si posiziona davanti a me, facendo oscillare un paio di pattini davanti ai miei occhi.
«Ma come hai fatto?»
«I sogni son desideri», risponde facendomi l’occhiolino.
Li indosso e titubante comincio a muovere i primi passi su quella lastra di ghiaccio.
Alzo lo sguardo e noto Peter che volteggia in aria con la stessa abilità di un pattinatore professionista.
La sua eleganza e leggerezza mi rapiscono e resto incantata a fissarlo, fino a quando non lo vedo dirigersi a gran velocità nella mia direzione.
Frena a qualche centimetro da me, e io, per lo spavento, cado con il sedere per terra.
«Ti stai divertendo?», chiedo massaggiandomi il posteriore.
«Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca, ha perso per sempre il bambino che è dentro di sé», risponde con voce seria.
«Temo di non aver compreso la tua affermazione.»
«È una citazione di Neruda che afferma che se vuoi ritrovare la felicità dentro di te, devi lasciar andare tutto quello che ti fa soffrire e ricominciare a vivere con la stessa gioia e spensieratezza che contraddistingue i bambini.»
Peter non sa chi sono, non sa cosa quello che ho passato in questi ultimi anni, ma credo che in quel breve lasso di tempo trascorso assieme, sia riuscito a leggere la mia anima ferita.
«Dammi la mano, t’insegno io a pattinare, se ti fidi», sussurra schiudendo le labbra in un dolce sorriso.
Fiducia, speranza, felicità, tutti sentimenti che ho cancellato dalla mia vita, da quando Cris non è più tornato a casa il Natale di tre anni prima.
L’afferro con forza e lascio che Peter mi aiuti a ritrovare quelle sensazioni annientate dalla sofferenza.
Le sue dita intrecciano le mie e io mi lascio guidare in quella corsa verso la ricerca della beatitudine.
Peter lascia la presa, e le mie gambe cominciano a muoversi da sole, senza paura, senza timori.
Una lacrima riga la mia guancia, ma stavolta non è di disperazione, ma di pura gioia.
«Ce l’hai fatta dolce Wendy. Hai imparato nuovamente a volare.»
«E senza polvere di fata», aggiungo sorridendo.
Ci chiniamo per toglierci i pattini e improvvisamente vengo colpita in pieno petto da una palla di neve.
Alzo lo sguardo e noto che Peter ne sta modellando un’altra fra le mani.
«Così non vale, aspetta che mi tolga i pattini e vedrai. Da bambina ero la campionessa delle palle di neve.»
Preparo la mia bomba bianca, prendo una bella ricorsa e colpisco in pieno volto Peter.
Comincio a ridere talmente di gusto che le guance si indolenziscono, come pure gli addominali.
«Ora vedrai», minaccia Peter correndo verso di me.
Mi lancio in una corsa sfrenata nel tentativo di non farmi prendere, ma la mia falcata purtroppo, è la metà della sua e in pochi secondi mi raggiunge.
Vedo con la coda dell’occhio la sua mano che sta per afferrarmi, con uno scatto mi sposto di lato, ma nel fare quel gesto inciampo e trascino Peter, che cade sopra di me.
I nostri caldi respiri si fondono l’uno in quello dell’altro e i nostri sguardi restano intrecciati per un periodo che mi sembra infinito.
«Vorrei non svegliarmi più da questo sogno», confesso.
Peter sorride e da quella breve distanza noto un particolare che mi era sfuggito: nel profondo blu dei suoi occhi, piccole scintille luminose si accendo come le stelle del firmamento.
Infila una mano nella tasca, estrae un piccolo ditale e me lo porge.
«Ti ricordi il significato di questo nella favola di Peter Pan?»
«Certo che lo rammento. Rappresenta un bacio.»
Lo afferro, lo stringo gelosamente fra le dita e socchiudo gli occhi in attesa di assaporare quello vero.
Ma Peter si allontana da me, lasciandomi orfana di quella sensazione di calore che emana il suo corpo.
«Torniamo al villaggio?»
Annuisco e lo seguo.
Lui riesce a far comparire gli oggetti come vuole e io non riesco nemmeno a ottenere un bacio vero. Devo imparare a pilotare meglio i miei sogni.

In lontananza scorgo Lu che ci viene incontro con il suo solito sguardo truce.
«Oh no», esclamo mentre si avvicina.
«Che succede?»
«Quell’umpa lumpa mi odia.»
A quell’affermazione Peter scoppia in una fragorosa risata.
«Salve Lu». Sollevo gli angoli della bocca cercando di essere il più cordiale possibile.
Le sue sopracciglia si distendono, come pure le sue labbra.
«Complimenti! Ce l’hai fatta.»
Sbatto le ciglia più volte non capendo il senso di quella sua affermazione.
«Ce l’ho fatta a fare cosa?»
«A sciogliere il gelo che avvolgeva la tua anima sofferente.»
«Credo sia merito di questo luogo. Grazie per avermici portata.»
«In realtà non saresti mai venuta se il tuo cuore non lo avesse voluto veramente. Quindi, il merito è tutto tuo. Questo ovviamente vale anche per te Peter. »
Mi volto a cercare il suo sguardo. Non avevo realizzato che anche lui era lì per sconfiggere qualche suo demone.
«Ora devo proprio scappare. Stiamo per accendere il grande albero e non posso perdermi questo avvenimento», mormora Lu distraendomi da quei pensieri.
«Andiamo anche noi?», chiedo a Peter.
«A chi arriva prima?», domanda piegando le ginocchia e puntellando le dita a terra come un corridore professionista.
«Accetto la sfida», rispondo imitando la sua postura.
«Uno, due, tre, via!»
Mi lancio in una corsa sfrenata, ma dopo pochi passi, percepisco la mancanza della terra sotto i piedi e mi sembra di sprofondare in un pozzo senza fondo.

Sollevo le palpebre e mi accorgo di essere nuovamente rinchiusa tra le pareti bianche della mia triste camera da letto.
Volgo lo sguardo alla mia destra e noto che l’orologio segna le sette e trentasette di venerdì ventiquattro dicembre e io sono ancora avvolta dall’accappatoio che avevo indossato la sera precedente.
Che razza di sogno strano.
Anche se può sembrare folle quello strano paese formato da case di pasta di zucchero e quei buffi omini, hanno riacceso in me un pizzico di spirito natalizio.
Trasportata da quella fantasia, decido di acquistare un albero di Natale e di invitare la mia famiglia per cena.
Mi sfilo l’accappatoio e scelgo un maglioncino grigio chiaro, al posto del solito nero.
Mi posiziono davanti allo specchio e i miei occhi si abbassano a osservare la pietra di lapislazzulo che risalta sul mio petto candido come la neve.
Per un attimo ripenso a Peter, il ragazzo delle mie fantasie, che mi ha tenuto compagnia in questa folle notte e che mi ha aiutata riscoprire il mio lato di bambina.
Esco di casa e mi avvio verso le vie del centro alla ricerca del mio albero.
Nel frattempo estraggo il cellulare per chiamare mia madre.
«Buongiorno cara. Come stai?»
«Ciao mamma, ti ho chiamata perché volevo invitare te e papà a festeggiare la vigilia di Natale insieme a me questa sera.»
Momento di silenzio.
«Mamma. Ci sei ancora?»
«Ho…ho…capito bene? Vuoi festeggiare il Natale?»
«Vi devo chiedere scusa. Mi rendo conto che gli ultimi tre anni sono stata insopportabile e non mi riferisco solo al periodo natalizio. Mi sono chiusa a riccio, non vi ho dato modo di compartire il mio dolore, quando ero perfettamente conscia che un vostro abbraccio, una vostra carezza mi sarebbero stati di enorme conforto. Voglio che questa sia una serata davvero speciale. Voglio tentare di essere nuovamente felice.»
Mia madre non risponde ma posso ugualmente udire le sue lacrime.
«Ora ti devo salutare. Vado alla ricerca di un albero e visto che è la vigilia di Natale, non credo che ne troverò molti.»
Le vie del centro sono gremite di persone alla ricerca del regalo dell’ultimo momento.
Entro a fatica nel centro commerciale e tra una gomitata e l’altra mi faccio largo tra quella folla impazzita, soprattutto all’altezza del reparto che vende cellulari all’ultima moda e televisori di settanta pollici.
E lì mi blocco.
Stanno proiettando “La fabbrica di cioccolato”, un umpa lumpa a grandezza quasi naturale, compare su quello schermo piatto e un sorriso affiora sul mio volto.
Mi arrivano spintoni da ogni direzione, per cui decido di abbandonare quella postazione, ma prima di allontanarmi, un signore mi urta con violenza facendomi cadere a terra.
Sto per rialzarmi, quando una mano si protende verso di me.
«Ha bisogno di un aiuto?»
Alzo lo sguardo e un paio d’occhi blu mi osservano sgomenti.
«Peter?»
«Wendy?»
Non appena sfioro le sue dita, un brivido caldo mi percorre la spina dorsale.
«E tu che ci fai qui?» gridiamo all’unisono attirando l’attenzione dei passanti.
«Credo che sia meglio allontanarsi da questo luogo affollato. Ti andrebbe una cioccolata?», mi chiede mordendosi il labbro inferiore.
«Adoro la cioccolata.»
Usciamo dal centro commerciale e ci dirigiamo senza fiatare verso un’intima pasticceria appena fuori dal centro.
«Stanotte eri nei miei sogni», farfuglia mentre con gli occhi scorre il menù.
«Anche tu eri nei miei», rispondo torturandomi le unghie.
«Come te lo spieghi?»
«Se stai cercando una risposta razionale, non credo di essere in grado di dartela.»
Appoggia il menù sul tavolo ed esordisce: «È iniziato tutto quando una misteriosa busta è apparsa nella buchetta della posta.»
«Anche a me è successa più o meno la stessa cosa», rispondo perplessa.
«Sai, da piccolo ero convinto che a Natale tutto potesse accadere perché credevo nel potere della sua magia, poi, crescendo, mi sono scontrato con i problemi della vita vera e ho smesso di crederci.»
«Soprattutto quando in quello stesso giorno la persona che ami viene a mancare», termino la sua frase.
«Ti capisco», risponde incrociando le mani sotto il mento.
«Anche tu?»
«Sai perché conosco il significato della pietra che indossi? Perché mia moglie studiava cristalloterapia. Amava quello che faceva e io mi divertivo ad ascoltarla, anche se il più delle volte la mia mente razionale faticava a comprenderla.»
«Mi dispiace molto per la tua perdita», sussurrò adagiando la mia mano sulla sua.
La racchiude con l’altra e se la porta alle labbra, sfiorandola con dolcezza.
«Sono tre anni che non festeggio più  il Natale, ma dopo il sogno di stanotte ho deciso di ricominciare. Questa sera ho invitato i miei genitori e se non hai impegni, sarei ben felice di averti come mio ospite.»
«Accetto molto volentieri», risponde entusiasta.
«Prima però devi aiutarmi a comprare un albero. Quello che avevo, l’ho buttato via», spiego abbassando lo sguardo.
«Nessun problema, conosco proprio un posto qui vicino che fa al caso nostro.»

Peter mi accompagna a casa e insieme, cominciamo ad arricchirla dei nostri acquisti.
«Manca la punta», mormoro fra le labbra, ripensando a quando la ponevo sulla cima dell’albero insieme a Cris, «mi sono scordata di acquistarla.»
«Io no», replica Peter allungandomene una a forma di stella.
L’afferro e alzo lo sguardo.
La calda luce gialla delle luminarie, illumina i suoi occhi blu e io percepisco il suo sguardo, accarezzare la mia anima.
Peter si avvicina lentamente a me, alza la mano e la posa con delicatezza sulla mia guancia.
A quel tocco chiudo gli occhi e lascio che il calore delle sue dita s’irradi fino al mio cuore, sciogliendo il gelo che lo aveva avvolto negli ultimi anni.


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